Delle armi e delle arti: il maestro Vadi, il letterato Castiglione e il coreografo Caroso a confronto.

L'idea della scherma antica è inevitabilmente preda dell'uomo contemporaneo. Alla fine del '400 il Vadi elegge la scherma a scienza sottoposta alla geometria. La stessa geometria che regola la musica, cui l'intelletto marziale è diretto figlio.

"Da geometria lo scrimir se nasce,
è sottoposto a lei, e non ha fine,
e l'uno e l'altro infinito fasse.
[...]
La geometria e musica comparte
le loro virtù scientifiche in la spada
per adornare el gran lume de Marte"

E non lo contraddice affatto il "vademecum del gentiluomo" più circolato nelle corti del Cinquecento del Conte Baldassare Castiglione, Il Cortegiano (1528), titolo azzeccato in lode e monito a colui che poteva permettersi un'educazione marziale raffinata.

"Io biasimo i francesi che estimano le lettere nuocere alla professione delle armi, e [ri]tengo che a niuno più si convegna l'esser letterato che a un uomo di guerra; e queste due condizioni concatenate e l'una dall'altra aiutate (il che è convenientissimo) voglio che siano nel nostro cortigiano." [...]

Ed anche:

"[...] [La musica] doversi necessariamente imparare da puerizia: non tanto per quella superficiale melodia che si sente, ma per esser sufficiente a indurre in noi un nuovo abito buono e un costume tendente alla virtù [...], secondo che [allo stesso modo con cui] l'esercizio corporale fa il corpo più gagliardo."

Ciononostante, il Castiglione ha qualche riserva sull'arte della danza, le cui leggi, come afferma lui stesso, sono tempo e misura (!) e che tuttavia non si conviene al gentiluomo se non in privato - La visione di questo argomento è molto complessa e contradditoria nel Cortigiano, ci limitiamo a riportarne una parte anche per il contesto che stiamo sfruttando per queste osservazioni-:

"Sono alcuni altri esercizi [...] come è il danzare; ed a questo estimo io che debba aver rispetto il cortegiano; [...] che abbia tempo e misura assai, [ma] non entri in quelle prestezze de' piedi e duplicati rebattimenti,[...] [che] forse in un gentilom sariano poco convenienti"

A distanza di cinquant'anni, mentre la scherma e le armi si sono rinnovate e un maestro come Dell'Agocchie scrive il suo trattato, Fabritio Caroso, maestro di ballo alla corte di Roma, termina "Il Ballarino"(1581), esponendo la maniera di danzare in cappa e spada e sdoganando il perbenismo del Cortigiano. Caroso dà poche e semplici regole, che impongono la presenza della spada come simbolo di status anche in un'arte prima più sottovalutata, dove eppure occorrevano, al pari dell'arme, tempo e misura.

Regola LIII - Del modo di portare la Cappa & la Spada

"Ballando l'Huomo Balletti graui, portarà la Cappa, & la Spada
[...] tenendola come più le piacerà ò sotto il braccio destro, ò sotto il sinistro; che ciò non importa molto: nè balli senza essa giamai, perche fa bruttissima vista. Ballando Gagliarda, & trouandosi la spada, terrà quella con la sinistra mano, acciò non vada anch' ella vagando: & ritrouandosi nel Ballo hauer poco campo, tenendola con la mano, la riuoltarà alquanto con la punta verso la parte dinanzi, acciò non offenda i circonstanti."

Così è lo spunto che lanciamo come conduttore di un pensiero più che eloquente: non è il classico evergreen "mens sana in corpore sano" (che rimane sempre valido!), ma il non rischiare mai di spegnere il LUME di Marte, perchè c'è un filo mai spezzato nelle arti: il marzialista che lo ignori avrà pensiero corto e instaurerà sempre una frase schermistica imperfetta. Non è sufficiente essere alteti per essere schermidori, e viceversa "contrario per contrario, senza fine".

Eleonora Rebecchi (scuola Arma Mentis)